Criminologa di quartiere non è solo una persona: è un’idea di immanente anticonformismo.
Il mio nome non è importante; ciò che rileva è che sono una criminologa. E fin qui, direte, era ovvio. Non proprio, perché io sono una criminologa dall’età di 8 anni circa. Già da allora capii quale passione viscerale scandagliava le mie budella.
Ero l’unica bambina, forse, che preferiva stare incollata davanti ai telegiornali – A QUALSIASI ORA!!! – per seguire le eventuali novità dei casi più eclatanti di cronaca nera del momento. Senza sadismo, vorrei sottolineare. Che non si vengano a rimproverare i miei genitori per avermelo permesso. Al contrario, c’era molta empatia, forse già troppa all’epoca.
“Dannata empatia, mia fedele compagna ed ancor più fedele condanna” (cit. mia)
Ho sempre pensato ai miei studi nell’ottica del
“da grande farò la criminologa“
E, alla fine, nonostante tortuose ed ardue vie, ho raggiunto il mio obiettivo. Il problema, nel mondo di oggi, non è collezionare titoli (ne ho talmente tanti che ci gioco a soffietto), bensì trovare il viatico giusto per far sì che quei tanto agognati pezzi di carta riscuotano il successo che meritano. Il successo che ci meritiamo!
E non ce lo meritiamo perchè abbiamo studiato o perchè ci siamo ammazzati sui libri, no! Sono bravi tutti a farlo, non siamo superiori a chi non ha avuto modo o voglia di intraprendere la strada delle “sudate carte” (tenetelo a mente). L’unico motivo per il quale ce lo meritiamo è racchiuso nel leit motiv stesso:
abbiamo speso tutte le forze che avevamo per rincorrere un sogno.
Il problema è che noi credevamo, non per nostra colpa, che per realizzare un sogno bastasse seguire passo passo i tasselli stabiliti, raccogliere le giuste bandierine ad ogni punto di sosta e mirare dritto al traguardo finale.
Solo una volta raggiunto lo stesso, dopo aver alacremente e beatamente brindato ai nostri successi, dopo esserci sentiti invincibili e con il mondo in pugno, ci è crollata addosso la triste e cruda realtà odierna:
il titolo non è il traguardo, ma solo l’inizio.
E se per iniziare devi rimboccarti le maniche, beh, io inizio da qui.
Benvenuti nel mio mondo pessimista, che al contempo è figlio di un’idea riparatoria in cui la giustizia non è solo un’utopia e nel quale l’atto di ribellione resta più grande baluardo di un anticonformismo spesso espresso solo a parole sussurrate.
L’anticonformismo è una virtù. Ed io per virtù intendo proprio quanto decantato dagli abili filosofi greci, quando parlavano di “aretè“.
E’ un qualcosa di immanente, cucito sulla persona, una lotta personale continua – anche contro me stessa – per far valere quello in cui credo.
Se ne avete voglia lotteremo insieme e non sarà tempo perso.
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